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The Madison (2026)

Creatori: Taylor Sheridan


 

La serie racconta la storia della famiglia Clyburn, che si trasferisce da New York City alla valle del Madison River, nel Montana centrale, in cerca di serenità dopo una tragedia che ha stravolto le loro vite.

All’inizio doveva essere l’ennesimo spin-off di Yellowstone, poi per fortuna ha preso una strada tutta sua, diventando qualcosa di completamente diverso.

Iniziamo subito col dire che, insieme a From, The Madison è probabilmente la miglior produzione targata Paramount+ degli ultimi anni. È un flusso continuo di emozioni che ruotano attorno al lutto vissuto da una famiglia di ricchi newyorchesi che però, sotto la superficie, assomiglia a qualsiasi altra famiglia: pochi pregi, tanti difetti e ferite difficili da rimarginare.

Ma la vera forza della serie è un’altra: ti mette spalle al muro. Ti costringe, quasi controvoglia, a fare i conti con riflessioni personali che forse avevi smesso di affrontare, soprattutto davanti a una serie TV.

Tecnicamente è quasi impeccabile. La fotografia è meravigliosa e riesce a farti innamorare dei paesaggi e della natura del Montana al punto da ritrovarti a cercare un volo per gli Stati Uniti senza nemmeno accorgertene. Anche il montaggio, volutamente lento e contemplativo, funziona perfettamente: non corre mai, ma ti trascina dentro al racconto un passo alla volta.

Il cast è straordinario. Michelle Pfeiffer offre probabilmente una delle migliori interpretazioni della sua carriera recente, intensa e dolorosa senza mai risultare artificiale. E poi c’è Kurt Russell, che da solo riesce sempre ad aggiungere quel carisma ruvido e irresistibile a qualsiasi progetto.

Peccato soltanto per l’ultima puntata che, paradossalmente, è la peggiore delle sei. Per tutta la stagione viene costruita un’impalcatura fatta di urla, risentimenti, mancanze ed emozioni trattenute, salvo poi sciogliersi in un finale che perde forza proprio sul più bello, senza veri sussulti. Ed è un peccato, perché fino a quel momento la serie sfiora davvero l’eccellenza.

Nel frattempo, nonostante la storia funzioni anche come racconto autoconclusivo, la serie è stata rinnovata per una terza stagione.

Cercavate un motivo per abbonarvi a Paramount+? Eccolo trovato.

I dischi da ascoltare a Maggio 2026

Tornano i Subsonica con il loro undicesimo album, Terre Rare, un lavoro che riporta la band su sonorità più affini al proprio DNA e che farà felici i fan storici. Dopo le derive più pop del disco precedente e alcune scelte soliste di Samuel, questo nuovo capitolo segna un ritorno compatto alle origini, quasi a voler riaffermare l’identità del gruppo.

Anche sul piano dei testi si percepisce una maggiore maturità: i temi sociali tornano centrali, come dimostrano brani come “Straniero” e “Radio Mogadiscio”, che aggiungono profondità a un impianto sonoro già solido. Il risultato è un album più adulto, curato e tecnicamente quasi impeccabile. Rispetto agli esordi, però, si avverte la mancanza di veri inni generazionali: quei pezzi capaci di diventare immediatamente iconici e trascinare il pubblico.

Resta comunque la conferma di una band ancora in grande forma, capace di rimanere rilevante nel panorama italiano. E chissà che dal vivo — li aspettiamo a fine luglio — questi brani non riescano a sprigionare tutta la loro forza.


Olivia Dean – The Art of loving

C’è poco da dire: con The Art of Loving, Olivia Dean conferma tutto ciò che di buono si era intuito agli esordi. La cantautrice londinese, classe ’99, arriva al secondo album con una maturità sorprendente, costruendo un lavoro elegante e personale.

Il disco si muove con naturalezza tra soul, pop e sfumature jazz, senza mai perdere coerenza. È un album che scorre con fluidità, curato nei dettagli e capace di suonare sempre autentico, senza forzature.

Forse manca il singolo da classifica, quello immediatamente virale, ma paradossalmente è proprio questo uno dei suoi punti di forza: The Art of Loving non cerca scorciatoie, preferendo costruire un’identità solida e duratura.

Un lavoro raffinato, che conferma Olivia Dean come una delle voci più interessanti della nuova scena britannica.

 

 

Cosmo - La Fonte

Il cantautore torinese Cosmo torna dopo l’ottimo Sulle ali del cavallo bianco con La Fonte, un lavoro che segna fin da subito una netta distanza dalle sonorità più dance del precedente capitolo.

Qui Cosmo cambia pelle ancora una volta: le sue produzioni, come sempre ricercate, rallentano i ritmi per abbracciare uno stile più vicino all’urban pop, proiettato al futuro ma con un approccio diverso — più pacato, meno urgente. Una trasformazione che sembra riflettere anche un momento personale dell’artista, recentemente diventato padre.

Anche i testi seguono questa direzione, risultando più lineari e immediati rispetto al passato, senza però perdere del tutto la cifra autoriale che lo contraddistingue.

Resta il dubbio sull’impatto di un disco così: coerente con il percorso artistico di Cosmo, ma forse destinato a rimanere in una dimensione più raccolta. Come già accaduto ad altri nomi della scena torinese, il rischio è quello di non raggiungere mai un vero successo di massa — anche a fronte di una proposta solida e riconoscibile.

Un album che conferma la coerenza dell’artista, ma che lascia aperta una domanda: quanto spazio c’è oggi per un percorso così indipendente nel panorama italiano?

 

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Final Destination - Bloodlines (2025)

Creatori: Zach Lipovsky e Adam Stein


Un gruppo di giovani sopravvive miracolosamente a una tragedia apparentemente inevitabile grazie a una premonizione. Ma la Morte, come sempre, non accetta di essere ingannata: uno dopo l’altro, i sopravvissuti iniziano a morire in modi sempre più inquietanti e imprevedibili. Questa volta, però, il filo conduttore affonda le radici nel passato: una misteriosa connessione familiare lega le vittime a un evento accaduto anni prima, suggerendo che il destino non colpisce a caso… ma segue una linea di sangue precisa.

Con Final Destination: Bloodlines siamo ormai al sesto capitolo della saga, e la pellicola resta fedele ai binari classici della serie: lo spettatore sa già cosa aspettarsi e, in fondo, è proprio quello che vuole. L’attesa non è tanto per la storia quanto per il “come”: morti sempre più elaborate, fantasiose e costruite come piccoli meccanismi a orologeria pronti a scattare.

Se da un lato questa formula continua a funzionare grazie a un’inventiva visiva ancora efficace, dall’altro è inevitabile avvertire una certa ripetitività di fondo. Il tentativo di inserire un legame con il passato e con una linea familiare aggiunge un minimo di variazione, ma non basta a rivoluzionare davvero la struttura narrativa.

Se vi sono piaciuti gli altri capitoli, questo è senza dubbio uno dei più riusciti degli ultimi anni; se invece avete già intuito il gioco e vi ha stancato, difficilmente cambierete idea: la Morte, anche stavolta, segue lo stesso copione.

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Super Mario Galaxy (2026)

Creatori: Aaron Horvath e Michael Jelenic


La storia riprende circa venticinque minuti dopo la fine del primo capitolo. Mario e Luigi si trovano ad affrontare una nuova e pericolosa minaccia: Bowser Jr., il figlio dell’ormai miniaturizzato Bowser, si allea con Wario per liberare il padre e vendicarsi degli idraulici.

Super Mario Galaxy riprende tutto ciò che aveva fatto di buono nel primo capitolo e lo espande, portandoci in una galassia piena di pianeti diversi e facendoci conoscere altri personaggi amati della serie videoludica, come Yoshi. La pellicola è un vero paradiso di colori e alcune scene, soprattutto nel finale, riescono a trasmettere bene il senso dell’azione, facendo divertire spettatori piccoli e grandi.

Purtroppo, però, la trama non va di pari passo. Anzi, si può dire che quasi non esista: il film è soprattutto una successione di rocambolesche scene d’azione, citazioni ai giochi della saga e richiami al cinema degli anni Novanta. E rispetto al primo film viene inevitabilmente meno anche l’effetto sorpresa.

Super Mario Galaxy è un film che va visto nel suo splendore visivo, possibilmente in una sala IMAX o, in alternativa, quando arriverà sulle piattaforme in 4K. Ma resta, usando una terminologia videoludica, una pellicola con una grafica pazzesca… ma con poca giocabilità.

 

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La mummia di Lee Cronin

Creatore: Lee Cronin


La giovane figlia di un giornalista scompare misteriosamente nel deserto egiziano. La famiglia, distrutta dal dolore, prova a ricostruire la propria vita, ma otto anni dopo la ragazza riappare improvvisamente. Quello che dovrebbe essere un ricongiungimento felice si trasforma presto in un incubo: la bambina non è più la stessa e sembra portare con sé un’antica e oscura maledizione legata a una mummia e a forze sovrannaturali.

Dimenticatevi i film avventurosi di qualche anno fa: La Mummia di Lee Cronin è un horror a tutti gli effetti.

Il regista firma una pellicola fortemente autoriale che segue il filo rosso già intrapreso con La Casa - Il Risveglio, e nel finale, a tratti, sembra davvero di essere tornati dentro una pellicola della saga di La Casa, pescando a piene mani dall’immaginario folle e dissacrante di Sam Raimi.

La Mummia, per un genitore, è un vero colpo allo stomaco: una figlia scomparsa che riappare in quelle condizioni otto anni dopo è un’immagine difficile da sostenere emotivamente. Spesso è più l’angoscia della paura a dominare la scena, una sensazione che probabilmente colpirà in modo particolare chi si accinge alla visione con una sensibilità genitoriale.

La pellicola, pur seguendo una struttura piuttosto classica — con tanto di inevitabile spiegone del professore universitario che traduce in pochi secondi una misteriosa pergamena in pelle umana — trova nella regia e nel comparto sonoro i suoi veri punti di forza. La telecamera non rimane mai ferma ed entra ed esce continuamente dalle stanze della casa, ricordando soluzioni già viste in Presence. Le inquadrature sono studiate nei minimi dettagli per trasmettere allo spettatore un costante senso di disagio, amplificato da un sonoro fatto di scricchiolii e sospiri raggelanti.

La Mummia è anche un film dichiaratamente splatter: erano anni che l’horror non affrontava questo registro con una tale intensità, e in alcune sequenze lo spettatore potrebbe trovarsi davvero disgustato da ciò che vede sullo schermo.

Insomma, è un film perfetto? No, non lo è. Gli attori, per buona parte della durata, si limitano a sfoggiare espressioni incredule e terrorizzate senza mai prendere decisioni davvero sensate. Va bene la sospensione dell’incredulità — elemento fondamentale nel genere horror — ma qui si raggiungono livelli piuttosto estremi: la polizia sembra non esistere, il sistema sanitario sparisce e accadono eventi terribili che, dopo pochi minuti, vengono archiviati con troppa facilità.

La Mummia resta comunque un buon film horror, capace di regalare emozioni forti e momenti di autentica tensione. Non sarà un capolavoro, ma in un panorama spesso povero di idee, ben vengano film così.

 

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One Piece - Serie Tv

Creatore: Eiichirō Oda


One Piece è una serie televisiva nippo-statunitense del 2023 creata da Matt Owens e Steven Maeda. Distribuita da Netflix, rappresenta l’adattamento live action dell’omonimo manga di Eiichirō Oda, che ha partecipato attivamente al progetto come consulente creativo.

La prima stagione è stata la serie  più vista su Netflix nella seconda metà del 2023. Due settimane dopo l’uscita è arrivato il rinnovo per una seconda stagione e, nell’agosto 2025, la serie è stata addirittura rinnovata per una terza stagione prima ancora della distribuzione della seconda: un segnale evidente della fiducia riposta nel progetto.

Riassumere la trama di One Piece in poche parole è pressoché impossibile, vista la mole sterminata di capitoli del manga e di episodi dell’anime, ancora oggi in corso. La serie live action ripercorre principalmente i primi archi narrativi, raccontando la formazione della ciurma guidata da Monkey D. Rufy, giovane pirata il cui corpo ha acquisito le proprietà della gomma dopo aver ingerito un Frutto del Diavolo. Il suo sogno è diventare il Re dei Pirati e trovare il leggendario tesoro noto come One Piece.

La serie riesce in qualcosa che molti fan ritenevano impensabile: trasportare sullo schermo la carica visiva e narrativa del manga, mantenendo intatta la follia creativa dell’opera originale. I personaggi, pur provenendo da un immaginario fortemente stilizzato, riescono a creare empatia fin da subito. Ciò che emerge con forza è l’affiatamento del cast: lo spettatore percepisce chiaramente che gli attori si stanno divertendo a interpretare quei ruoli, e questo entusiasmo diventa contagioso.

La regia propone soluzioni visive sorprendenti, soprattutto nella prima stagione, con grandangolari molto spinti e movimenti di macchina dinamici che ricordano vere e proprie montagne russe. I combattimenti, pur non essendo numerosissimi, risultano efficaci proprio grazie all’uso di campi larghi e alla scelta di evitare un eccessivo ricorso ai primi piani, valorizzando così la coralità dell’azione.

Anche gli effetti speciali meritano una menzione: il mix tra CGI e scenografie reali è convincente e contribuisce a rendere credibile un universo che, sulla carta, poteva risultare difficile da adattare. Particolarmente riuscita è la scelta di realizzare molti villain attraverso trucco prostetico e interpretazioni fisiche, evitando un abuso di personaggi interamente digitali.

La seconda stagione segue il solco tracciato dalla prima, pur adottando una regia leggermente più tradizionale e meno sperimentale.

One Piece può essere definita una sorta di road movie marittimo: una grande avventura piratesca che attraversa isole sempre diverse tra loro, ognuna con una propria identità narrativa. Le storie oscillano tra momenti buffi e passaggi più drammatici, ma conservano sempre quella follia creativa e quella genialità che hanno reso celebre il manga.

In definitiva, One Piece è una trasposizione sorprendentemente fedele allo spirito dell’opera originale. Una delle migliori produzioni Netflix degli ultimi anni e, senza dubbio, uno degli adattamenti live action più riusciti mai realizzati.

 

 

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La valle dei sorrisi (2025)

Creatore: Paolo Strippoli


Sergio (Michele Riondino), un insegnante tormentato, scopre che la felicità surreale degli abitanti del luogo nasconde un macabro rituale: scaricare i propri traumi abbracciando Matteo, un adolescente capace di assorbire il dolore degli altri.

Paolo Strippoli ci accompagna per mano in un'atmosfera surreale, dove l'impossibile viene accettato come qualcosa di perfettamente normale dagli abitanti del posto. Il racconto oscilla costantemente sul filo del bene e del male, e si comprende fin da subito che la situazione creata non potrà che degenerare.

Ma l'inevitabile tragedia, rispetto a molte produzioni straniere, qui arriva con intelligenza ed equilibrio. Nella pellicola di Strippoli non esistono veri buoni o cattivi: esistono solo le conseguenze delle pulsioni umane.

Persino il protagonista, devastato dalla morte del figlio, finisce per diventare dipendente dai sentimenti stessi, sia quelli più oscuri che quelli apparentemente liberatori.

La valle dei sorrisi è un dramma con venature horror, sostenuto da una regia tagliente che fa ben sperare per il futuro del nostro cinema di genere.

Chi mi segue lo sa: amo il cinema di genere nostrano, quello che si distacca dalle solite commedie corali nazionali. Un cinema coraggioso che, pur senza una forte macchina pubblicitaria alle spalle e senza grandi incassi, riesce comunque a realizzare prodotti di assoluto rispetto, proprio come questo film.

E, nonostante non sia un horror in senso stretto, un paio di scene rimarranno impresse nella memoria… e forse anche nei vostri incubi.

E ora sorridete…

 

 

Speciale Sylvester Stallone

In collaborazione con il canale YouTube Fedefilminsight, punto di riferimento per gli appassionati di cinema grazie ai suoi approfondimenti, recensioni e speciali dedicati ai grandi protagonisti della settima arte, ho avuto il piacere di partecipare a una puntata speciale dedicata a Sylvester Stallone.

All'interno dello speciale è presente un mio intervento dedicato alla saga di Creed, erede ideale della leggendaria storia di Rocky Balboa, tra emozioni, sacrificio e voglia di riscatto.

Se amate il grande cinema e le saghe che hanno fatto la storia, vi consiglio di seguire il canale Fedefilminsight, che propone contenuti curati e appassionati dedicati al mondo del cinema in tutte le sue sfumature.

Perché se io posso cambiare… e voi potete cambiare… allora tutti possono cambiare! 🥊

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The Life of Chuck (2024)

Creatore: Mike Flanagan


The Life of Chuck racconta la vita di Charles “Chuck” Krantz attraverso una struttura narrativa insolita, divisa in tre atti raccontati a ritroso nel tempo.

Il film inizia in un mondo che sembra avviarsi verso la fine, dove misteriosi messaggi di ringraziamento a Chuck compaiono ovunque. Proseguendo, la storia mostra momenti apparentemente ordinari ma significativi della sua vita adulta, fino ad arrivare alla sua infanzia, rivelando poco alla volta chi fosse davvero Chuck e perché la sua esistenza sia così importante.

Il film è tratto da un racconto di Stephen King e diretto da Mike Flanagan, ed è una storia più emotiva e riflessiva che horror, incentrata sul valore della vita e dei ricordi.

Il racconto era presente nella raccolta di Se scorre il sangue e, già all'epoca, ritenni fosse il migliore dell'intero volume. Evidentemente lo ha pensato anche Mike Flanagan, ormai specializzato nelle trasposizioni kinghiane — da Il gioco di Gerald a Doctor Sleep — oltre ad aver realizzato, a mio parere, una delle migliori serie horror di sempre: The Haunting.

Se siete persone romantiche, con una vena malinconica, questo film è per voi.

Vi farà sorridere, commuovere e vi porterà a ripensare al vostro passato, a quando, un giorno qualunque, vi capitava di mettervi a ballare per strada, liberi, senza preoccuparvi degli sguardi altrui o di chi vi giudica.

È una pellicola che, superficialmente, potrebbe sembrare leggera; in realtà è un film profondo, costruito su eventi appena accennati. Si percepisce una fine del mondo in arrivo, collegata alla malattia del protagonista, ma questo è solo un pretesto per parlare a ognuno di noi: dell'importanza della vita, della necessità di godersi la felicità e, infine, di un vero e proprio mantra kinghiano — quando senti la musica giusta, balla e fregatene di tutto — perché il ballo è sinonimo di vita e libertà.

Il film è diviso in tre atti ben distinti, in cui vediamo il protagonista in diverse fasi della sua vita; anche la regia e la fotografia sembrano cambiare ogni volta, seguendo l'evoluzione della storia. La voce fuori campo, pur essendo molto presente, non risulta mai fastidiosa; al contrario, contribuisce a rendere l'atmosfera ancora più poetica.

La scena del ballo, da sola, merita la visione: è ricca, coinvolgente ed emozionante, nonostante sia accompagnata soltanto dal ritmo di una batteria.

È il film che cambierà la storia del cinema? No.
Quando è uscito ha avuto successo? No, per niente.

Ma è una pellicola che fa bene all'anima. E se state attraversando un periodo un po' così, un po' triste e malinconico (come la parte della sposa, cit.), questo film potrebbe essere proprio ciò che vi serve.

 

 

Oltre la copertina - Cosa leggere in questa fredda primavera

"Cuore capovolto" (2025) di Paola Barbato è un thriller cupo che esplora il tema dell'adescamento online di minori, incentrato su Alberto Danini, un esperto informatico dello SCO.

Alberto indaga su un'app chiamata "La Rete dei Cuccioli", scoprendo un orrore nascosto dietro un'apparente innocenza e ritrovandosi in prima linea in una lotta continua tra vittima e carnefice.

L'autrice, nota sceneggiatrice di fumetti e scrittrice, è celebre soprattutto per il suo lavoro su Dylan Dog e per la vittoria del Premio Scerbanenco nel 2008 con l'opera Mani Nude.
Con Cuore capovolto, ci consegna una storia estremamente contemporanea che abbraccia il mondo dei social e il rapporto, spesso conflittuale e disattento, tra genitori e figli.

Il protagonista, esperto informatico e agente di Polizia, perlustra i meandri della rete alla ricerca di predatori, soprattutto pedofili. Lavora costantemente sotto copertura, fingendosi ogni volta una persona diversa: pedofilo, ragazzina minorenne, utente qualsiasi.

A seguito della denuncia di un padre preoccupato per alcune foto trovate sul telefono del figlio, Alberto si imbatte in un'app apparentemente normale, ma che nasconde una realtà ben diversa.

La trama si sviluppa come un thriller classico ma, diversamente da molte opere del genere, resta costantemente ancorata alla realtà dei social, un campo ancora poco esplorato nella narrativa italiana. Il lettore si ritrova così a scoprire, pagina dopo pagina, un mondo ai più sconosciuto ma tristemente reale: un universo che le Forze dell'ordine — in particolare la Polizia Postale — conoscono bene, fatto di pericoli concreti e storie che, purtroppo, esistono davvero.

Alberto non è un poliziotto da strada: è un informatico introverso che vive con il suo compagno a Roma. A un certo punto, però, si ritrova costretto a oltrepassare le proprie paure, le proprie certezze e, soprattutto, i limiti del sistema che lo circonda.

Si troverà a difendere ciò che gli è più caro, rischiando però di diventare simile a coloro che ha sempre combattuto.

La lettura è fluida e ricca di richiami ai pensieri del protagonista, mentre le atmosfere richiamano quelle della serie tv Adolescence e dei thriller di David Fincher, con Se7en su tutti.

I colpi di scena tengono incollati fino all'ultima pagina, ma ciò che mi fa consigliare la lettura di questo libro è soprattutto la sua capacità di aprire gli occhi su una realtà che spesso si preferisce ignorare: per noia, per complessità o semplicemente perché non si vuole ammettere che certe cose esistano davvero.

La frase che mi ha colpito di più è stata quella pronunciata da un ragazzino:

"Pensavo fosse solo un gioco, uno scherzo."

Ed è una frase che molti ragazzi pronunciano quando utilizzano dispositivi digitali: una frase che ho sentito spesso, sia nelle scuole sia sul lavoro, dalle decine di adolescenti che ho incontrato nel corso delle mie attività.

Ma questa è un'altra storia… e un giorno ve la racconterò.

 

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La sua verità (2026)

Creatore: William Oldroyd


Anna Andrews (Tessa Thompson), giornalista in crisi, torna nella sua città natale in Georgia per indagare sull’omicidio di un’amica d’infanzia. Un caso che la costringe a collaborare — e inevitabilmente scontrarsi — con l’ex marito Jack Harper (Jon Bernthal), detective incaricato delle indagini. Tra vecchi rancori, segreti mai sepolti e sospetti reciproci, il passato riemerge con tutta la sua forza.

Netflix ci ha ormai abituati a lanciare, quasi in sordina, miniserie poco pubblicizzate che finiscono poi per ritagliarsi uno spazio importante tra gli appassionati del genere. La sua verità rientra perfettamente in questa categoria.

Si tratta di un thriller solido e coinvolgente, tra i più riusciti presenti sulla piattaforma: cupo, diretto, a tratti persino spigoloso, ma sempre efficace. Il vero punto di forza sta nei personaggi, tutt’altro che lineari, costruiti su ambiguità e zone d’ombra che emergono progressivamente nel corso delle sei puntate.

I continui colpi di scena — mai gratuiti — e una regia essenziale, ma funzionale, accompagnano lo spettatore in un racconto che non cerca di reinventare il genere, ma lo interpreta con sicurezza e personalità.

Un’ottima scelta per chi ha voglia di un thriller teso e avvolgente, di quelli che confermano come, quando si tratta di questo tipo di storie, gli americani sappiano ancora colpire nel segno.

 

 

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A Knight of the seven kingdoms (2026)

Creatore: George R. Martin


Circa novant’anni prima degli eventi de Game of Thrones, il giovane cavaliere errante Ser Duncan l’Alto (Dunk) e il suo scudiero Egg — apparentemente un ragazzo qualunque — affrontano tornei, intrighi e sfide per dimostrare coraggio e lealtà. Tra alleanze inaspettate, tradimenti e rivelazioni sul destino reale di Egg (Aegon Targaryen), i due imparano cosa significhi essere davvero cavalieri in un mondo crudele e spietato.

Tratta da una novella di George R. R. Martin e ambientata novant’anni prima dei fatti de Game of Thrones, questa “piccola” serie si incastra perfettamente nel mondo creato dall’autore, ma lo fa in modo intelligente, prendendo le distanze — finalmente — da quell’impalcatura piena di personaggi, famiglie e luoghi che funzionava benissimo ne Il Trono di Spade, ma che in House of the Dragon finiva per risultare spesso confusa e poco accattivante.

A Knight of the Seven Kingdoms invece semplifica tutto: la puoi seguire anche senza conoscere le altre serie e, proprio grazie a questo approccio più essenziale, i personaggi riescono ad arricchirsi e a mostrarsi in tutte le loro sfaccettature. Anche la trama è costruita con intelligenza, accompagnando lo spettatore verso un finale a cui si arriva pienamente consapevoli di ogni sviluppo.

Il minutaggio ridotto — circa trenta minuti a episodio — invoglia a proseguire senza sosta, rendendo la visione scorrevole e quasi “dipendente”.

Capitolo attori — e questa è una cosa di cui si parla sempre troppo poco nelle serie —: come sempre, bravissimi. Ottima anche la fotografia, a tratti granulosa, capace di restituire un’atmosfera medievale credibile e immersiva.

HBO sbarca in Italia con la sua nuova piattaforma e ci regala subito una delle migliori serie del 2026, in attesa della già annunciata seconda stagione.

 

 

Il Pezzottaro Podcast Ep. 24

Eyes Wide Shut, ho cambiato idea.

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Until Dawn (2025)

Creatore: David F. Sandberg


Un anno dopo la misteriosa sparizione di sua sorella Melanie, Clover e i suoi amici si recano nella remota valle in cui la ragazza è scomparsa, in cerca di risposte. Esplorando un centro visitatori abbandonato, il gruppo viene inseguito da un assassino mascherato che li uccide uno dopo l’altro. Ma c’è un problema: ogni volta che muoiono si risvegliano all’inizio della stessa notte, intrappolati in un loop da cui sembra impossibile uscire.

Con David F. Sandberg alla regia, già autore dei riusciti Lights Out e Annabelle: Creation, il film prova a riportare il regista nel territorio horror adattando il celebre videogioco Until Dawn, uscito su PlayStation 4 e diventato negli anni un piccolo cult tra gli appassionati del genere (soprattutto per la sua esperienza in realtà virtuale).

La pellicola, però, si discosta parecchio dal materiale originale. Un cambiamento che di per sé non sarebbe un problema, se non fosse che proprio nella trama – che in un film dovrebbe rappresentare il punto di forza rispetto a un videogioco – finiscono per emergere le maggiori debolezze.

Il cast è appena sufficiente e i personaggi, volutamente stereotipati, non riescono mai davvero a creare empatia con lo spettatore. Anzi, a un certo punto si arriva quasi a sperare che spariscano dalla scena il prima possibile.

Si arriva così all’atteso finale – atteso più nel senso che si spera che il film finisca presto – in modo piuttosto confuso. E alla fine resta in testa quella domanda che un buon horror dovrebbe evitare di farti venire: se era così facile uccidere il mostro e liberarsi, perché non lo hanno fatto prima?

Il consiglio è semplice: recuperate il videogioco Until Dawn, che resta un’esperienza horror decisamente più riuscita. Questo film, invece, potete tranquillamente saltarlo.

 

 

I dischi da ascoltare a Marzo 2026

Bruno Mars – Romantic

A dieci anni dall’ultimo disco (sono davvero passati dieci anni? Oh my God…) torna il nostro Bruno con un album che non si discosta troppo dai precedenti: tanto soul, R&B e quella leggerezza contagiosa che, di questi tempi, non guasta affatto.
Il sound è pulito e la produzione è impeccabile, confezionando un lavoro che difficilmente stanca e che probabilmente ci accompagnerà per buona parte del 2026.
Siamo solo all’inizio dell’anno, ma c’è già chi grida al possibile album dell’anno.


Gorillaz – The Mountain

Torna il progetto guidato da Damon Albarn dopo il non troppo convincente Cracker Island, con un disco che guarda molto a Oriente. Le sonorità hanno infatti un forte sapore indiano e diversi richiami all’Asia.
Nei testi emergono anche i lutti che hanno colpito il gruppo: nel giro di un anno sono scomparsi sia il padre di Albarn sia quello di Jamie Hewlett, cofondatore del progetto. Il tema però viene trattato in modo spirituale più che analitico.
Il risultato è un album ricco di sfaccettature che invita a più ascolti per essere colto fino in fondo.


Blackpink – Deadline

Le ragazze coreane proseguono il loro percorso con un lavoro solido e coerente. Le tracce sono divertenti, energiche e fatte apposta per muovere il culo.
Sono sfrontate, moderne e perfettamente in linea con il pop globale di oggi. A mio parere restano il miglior gruppo K-Pop in circolazione.
Ora non resta che aspettarle dal vivo.

 

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Jumpers (2026)

Creatore: Daniel Chong


La protagonista Mabel, una giovane amante della natura, utilizza una tecnologia rivoluzionaria per trasferire la propria mente in animali robotici, esplorando il mondo naturale e vivendo un’avventura dal forte sapore ecologico.

Torna la Pixar con una nuova pellicola che già dalla sinossi lascia intuire chiaramente dove vuole andare a parare: vivere in armonia con la natura potrebbe essere l’unica via di fuga da un’epoca fatta di soprusi, incarnati dal personaggio del sindaco, e di cieca fame di potere, rappresentata dalla farfalla.

Uno degli aspetti più interessanti del film è l’assenza di una divisione netta tra buoni e cattivi. Persino la protagonista, nonostante le sue nobili intenzioni, commette errori che rischiano di provocare conseguenze irreparabili. Un’idea interessante sulla carta, che però non sempre trova una piena realizzazione sullo schermo.

Il problema è che, nel tentativo di ribadire il messaggio a tutti i costi, la struttura del film finisce per scricchiolare. Il ritmo è zoppicante e i personaggi sembrano uscire da uno stampo ormai troppo riconoscibile: gli anziani sono immancabilmente saggi e un po’ svitati, i ricchi sempre arroganti e viziati, mentre i protagonisti restano i soliti solitari presi di mira da tutti.

Serve un cambio di marcia. In Jumpers, così come nel precedente Elio, si ha spesso la sensazione di assistere a un film che procede con il pilota automatico. La creatività e la freschezza che per anni hanno reso Pixar uno studio capace di sorprendere sembrano, almeno per ora, un po’ appannate.

In attesa di Toy Story 5, con il timore che possa trasformarsi nell’ennesima critica alla tecnologia, resta la speranza di ritrovare presto la Pixar dei tempi migliori: quella capace di regalarci opere come Coco, Inside Out e Wall-E.

 

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The Walking Dead: The ones who live (2024)

Creatore: Scott M. Gimple

Interpreti: Andrew Lincoln e Danai Gurira

The Walking Dead: The Ones Who Live è una miniserie, sesto spin-off del franchise The Walking Dead, nonché terzo sequel ufficiale, che riporta in scena Andrew Lincoln e Danai Gurira nei ruoli iconici di Rick Grimes e Michonne.

La storia ruota attorno al loro ricongiungimento, anni dopo la presunta morte di Rick. Separati dalla potente CRM (Civica Repubblica Militare), i due cercano di ritrovarsi in un mondo profondamente cambiato, affrontando minacce che non arrivano solo dai morti, ma soprattutto dai vivi.

La miniserie parte bene. Anzi, molto bene. Riesce a restituire allo spettatore quell’alchimia tra i personaggi che nelle ultime, stancanti stagioni della serie madre si era progressivamente dissolta. Rivedere Rick e Michonne insieme funziona, e funziona perché Lincoln e Gurira hanno ancora una chimica potente, con Gurira che spesso riesce persino a rubare la scena.

Peccato che, già dalle prime puntate, emergano alcune crepe difficili da ignorare. Le motivazioni dei protagonisti risultano spesso fragili: lasciare due figli in un mondo infestato dagli zombie per inseguire un ricongiungimento romantico? Oppure temere di scappare dalla Repubblica Militare perché “verrebbero a cercarti e sterminerebbero la tua famiglia”… come? dove? perché? Sono interrogativi che la serie solleva, ma non si prende mai davvero la briga di affrontare.

Tolte queste incongruenze — ormai quasi un marchio di fabbrica del franchise — le prime puntate scorrono via con un buon ritmo. Il problema arriva dopo. Proprio come accadeva nella serie madre, il soggetto iniziale si sgonfia e lascia spazio a una parte centrale che dovrebbe alzare la posta in gioco… ma finisce per diventare un enorme punto interrogativo.

Finalmente si può scappare? No. Perché? Perché vogliamo distruggere il CRM. Da soli. Senza un piano credibile. E i figli lasciati a casa? Dettagli.

Il finale poi riesce nell’impresa di superarsi. In dieci minuti, con una soluzione che definire “alla Bugs Bunny” è quasi un complimento, i protagonisti annientano un esercito, eliminano il villain di turno (caratterizzato più dai capelli improbabili che da una reale profondità), sfuggono a orde di zombie, trovano il tempo di baciarsi, liberano la Repubblica… ma chi te l’ha chiesto?

E soprattutto: era davvero questo il punto?

Il rientro a casa, dai due figli praticamente dimenticati per tutta la stagione, dovrebbe essere il momento emotivamente devastante. Invece lascia un senso di vuoto, come se la serie fosse più interessata a chiudere il cerchio in fretta che a dare peso alle conseguenze.

Ed è un peccato. Perché The Walking Dead, fino alla sesta stagione, era stata una ventata d’aria fresca nel panorama televisivo, per me quasi al livello di Lost per impatto culturale e capacità di creare attesa. Poi è subentrata la paura di chiudere. E quando una storia continua per inerzia, spesso finisce per svuotarsi.

Ah, quasi dimenticavo: sì, ci sarebbero anche gli zombie. Ma sembrano comparse nel loro stesso mondo.

 

 

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Bring Her Back (2025)

Creatore: Danny e Michael Philippou

Interpreti: Sally Hawkins

Con Bring Her Back l’horror torna a fare quello che dovrebbe: disturbare, insinuarsi sotto pelle, lavorare più sul non detto che sul sangue versato. Non è un film che urla. È un film che sussurra. E proprio per questo fa più male.

Torna il duo registico che ci aveva già regalato il gioiellino Talk to Me, questa volta con una fiaba nera ambientata in un sobborgo australiano, in un non-luogo vicino ad Adelaide. Qui seguiamo Andy e Piper, due fratellastri che, dopo la tragica morte del padre, vengono mandati in affidamento per tre mesi da Laura, un’ex consulente sociale interpretata da una magnetica Sally Hawkins (già splendida in La forma dell'acqua e Blue Jasmine).

Lo spettatore viene subito rinchiuso in quella casa. E basta poco per capire che dietro il sorriso accogliente di Laura e il mutismo inquietante dell’altro bambino in affido — un disturbante Jonah Wren Phillips, qui all’esordio — si nasconde qualcosa di profondamente sbagliato.

Come se non bastasse, Piper è semicieca: distingue solo ombre. E in questo film le ombre sono ovunque.

Il quadro è già compromesso. E la pellicola non lascia scampo.

La regia è serrata, chirurgica. Alcune sequenze — soprattutto quelle che coinvolgono Oliver — sono tra le più disturbanti viste negli ultimi anni. Non per compiacimento, ma per crudeltà emotiva. Persino la videocassetta del rito originale che Laura guarda ossessivamente, per seguire alla lettera le istruzioni, è qualcosa di malsano, fastidioso, quasi insostenibile.

Come in Talk to Me, il cuore della storia è il lutto. Ma qui è ancora più feroce. Ogni personaggio lo affronta a modo suo. E non è detto che accettarlo sia un’opzione.

Insieme a Weapons, è già considerato da molti il miglior horror del 2025. E non è difficile capire perché.

Se siete suggestionabili e la notte volete dormire sereni, lasciate perdere.
Ma se cercate un horror cupo, freddo e cattivo — di quelli che restano addosso — difficilmente troverete di meglio.

 

 

 

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Il mostro (2025) Miniserie

Creatore: Stefano Sollima

Interpreti: Marco Bullitta, Valentino Mannias

La miniserie racconta le indagini sugli omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 per mano del serial killer noto come Mostro di Firenze.

La narrazione si concentra in particolare su uno dei tre filoni investigativi che hanno caratterizzato il caso: la celebre pista sarda. Veniamo introdotti a una galleria di personaggi cupi, violenti, deviati, figure opache in cui l’umanità sembra spesso assente o soffocata.

Il Mostro è una miniserie che non concede tregua al sorriso. Le sue quattro ore sono attraversate da un’atmosfera malsana, claustrofobica, profondamente disturbante. Non tanto per ciò che mostra — il “mostro” non appare mai davvero — quanto per ciò che accade ai personaggi, per il senso costante di degrado morale e ambiguità che li avvolge.

La sensazione, durante la visione, è quella di sfogliare un fascicolo processuale: tutto è freddo, asciutto, quasi anaffettivo. Le emozioni restano in superficie, raramente esplodono, e questa scelta rende il racconto ancora più straniante.

Il finale rimanda alla seconda pista investigativa, lasciando chiaramente aperta la porta a una possibile prosecuzione.

A distanza di ore dalla visione faccio ancora fatica a capire se mi sia piaciuta davvero oppure no. Di certo è un’opera che impressiona. E proprio per questo sarà difficile dimenticarla.

 

 

 

 

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Fallout - Serie tv (2024-2025)

Creatore: Geneva Robertson-Dworet

Interpreti: Ella Purnell, Walton Goggins

La serie Fallout è ambientata 200 anni dopo una devastante guerra nucleare che ha trasformato gli Stati Uniti in una landa radioattiva. Quando Lucy, giovane abitante del Vault 33 cresciuta in un mondo protetto e idealizzato, è costretta a uscire in superficie per salvare suo padre, si ritrova catapultata in un Wasteland brutale e dominato da fazioni in lotta. Nel suo viaggio incrocia un enigmatico Ghoul sopravvissuto all’apocalisse e un aspirante cavaliere della Confraternita d’Acciaio. Tra violenza, ironia nera e atmosfere rétro-futuristiche, la serie esplora il lato oscuro del sogno americano e i segreti dietro la nascita dei Vault.

Fallout è una serie che gioca costantemente a spiazzare lo spettatore, alternando intuizioni brillanti a scelte meno convincenti. Si muove sul filo dell’ironia, ma sotto la patina rétro e il sarcasmo affonda il colpo su temi pesanti: guerra, violenza, avidità, il lato più tossico del sogno americano. Il mondo post-apocalittico non è solo scenografia, è uno specchio deformante ma lucidissimo della nostra realtà.

La narrazione è ambiziosa e piena di diramazioni, forse anche troppe: alcune piste intrigano, altre sembrano aperte più per creare mistero che per reale necessità narrativa. Nonostante questo, la serie mantiene ritmo e personalità. Il cast funziona, gli effetti speciali sono solidi e l’estetica è curata nei minimi dettagli, ma ciò che colpisce davvero è l’atmosfera: sporca, crudele, cinica al punto giusto.

Non è perfetta, ma ha carattere. E in un panorama seriale sempre più standardizzato, non è poco.
In attesa della terza stagione, la visione è consigliata. Per chi ha amato il videogioco da cui nasce, invece, è quasi obbligatoria.

 

 

 

 

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I Peccatori (2025)

Creatore: Ryan Coogler

Interpreti: Michael B. Jordan,

È il film con più candidature di sempre al premio Oscar, ben 16, ed è considerato da molti uno dei migliori dell’anno. Mi sono avvicinato alla visione con aspettative altissime: un horror candidato agli Oscar? Davvero? Per me, appassionato del genere, era come trovarmi davanti al Sacro Graal.

Ambientato nel Sud degli Stati Uniti degli anni ’30, I Peccatori segue il ritorno di due fratelli gemelli nella loro città natale dopo un passato segnato da violenza e scelte sbagliate. Decisi a ricominciare, aprono un locale musicale per offrire alla comunità un luogo di riscatto e speranza.

Ma il tentativo di redenzione si scontra presto con vecchi rancori, tensioni razziali e un’oscura presenza che si annida tra le ombre della notte.

Ciò che emerge con forza dalla pellicola è l’amore per il cinema che trasuda da ogni inquadratura. Ryan Coogler costruisce una regia solida e appassionata, capace di cogliere ogni attimo nel modo più efficace, sostenuta da una fotografia a tratti sublime. I Peccatori è un film che si può leggere su più piani.

Il primo, e forse il più riuscito, è quello strettamente statunitense: il sottotesto sociale è evidente. I vampiri — bianchi — diventano metafora di un potere che infetta, assimila e tenta di rendere uniforme la comunità afroamericana, mantenendo intatta la gerarchia in cui a comandare è sempre l’uomo bianco.

C’è poi il piano tecnico: musiche potenti, regia sicura, attori magnetici che trasudano sensualità e carisma rendono il film vivo, pulsante.

Infine, il piano più dolente: la trama. Quando compare il primo vampiro, è facile intuire dove andrà a parare la storia. I binari ricordano quelli di Dal tramonto all'alba, ma se lì l’effetto sorpresa era determinante, qui quella componente manca. Il risultato è un horror che, pur affascinante sul piano estetico e simbolico, finisce per non spaventare davvero.

Rimane una buona pellicola, probabilmente più significativa per il pubblico statunitense e per il suo contesto storico-sociale. Forse è anche per questo che in patria ha raccolto un consenso così ampio.

 

 

 

 

Restate in allerta!

È iniziata la post-produzione del mio prossimo libro (sì, la parte più pallosa 😅).Nel teaser qui sotto si svela il titolo… e presto arriverà anche il resto.

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Una battaglia dopo l'altra (2025)

Creatore: Paul Thomas Anderson

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Benicio Del Toro, Sean Penn

Il protagonista Bob Ferguson, ex rivoluzionario ormai ritiratosi in una vita isolata insieme alla figlia, è costretto a tornare in azione quando un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, riappare dopo sedici anni e la ragazza scompare. Per salvarla, Bob si riunisce ai suoi ex compagni e si ritrova a fare i conti con il proprio passato e con le conseguenze della sua lotta, in una corsa intensa tra conflitto, ideali e protezione familiare.

Leonardo DiCaprio è in stato di grazia: potrebbe interpretare persino Gargamella e riuscire comunque a dargli spessore. Al suo fianco, il sempre sornione Benicio Del Toro è perfetto per la parte che ricopre. La pellicola di Paul Thomas Anderson, pur non essendo tra le sue migliori, si configura come una satira convinta contro ogni forma di estremismo politico: da un lato i rivoluzionari, dipinti come ottusi e ciechi nella loro battaglia, dall’altro i militari, rappresentati come psicopatici privi di emozioni sane.

Nonostante questi elementi positivi, Una battaglia dopo l’altra non mi ha lasciato l’effetto “wow” e non mi ha fatto affezionare ai personaggi. Anzi, la maggior parte li ho detestati: una scelta voluta?

Sean Penn, in particolare, esagera nella sua interpretazione, portando il personaggio all’estremo con tic e movenze fin troppo marcati. Lo spettatore finisce per pensare: ok, si vede da un miglio che è pazzo… com’è possibile che gli venga affidata addirittura un’operazione militare che dovrebbe essere delicata?

Resta comunque un’ottima pellicola, sorretta da un super DiCaprio, ma Anderson ci ha abituati ad altro.

 

 

 

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Gomorra - Le Origini (2026)

Creatore: Marco D'Amore

Interpreti: Luca Lubrano, Francesco Pellegrino

Gomorra – Le Origini si distacca dalla serie principale e ci riporta nel 1977, in una Napoli durissima, dove un bambino su sette muore e gli echi del colera sono ancora recenti.

In questo contesto quasi pasoliniano, fatto di miseria e sopravvivenza, il giovane Pietro si ingegna come può per inseguire un benessere che sembra irraggiungibile. Quando incontra Angelo ’a Sirena, il ragazzo entra nel mondo della criminalità, scoprendo a proprie spese il prezzo di quella scelta: violenza, alleanze fragili e inevitabili tradimenti.

Le atmosfere restano quelle tipiche di Gomorra, con personaggi potenti e ricchi di sfaccettature. Ma, complice l’epoca diversa, tutto appare più semplice, meno stratificato rispetto alla serie madre e forse persino più ingenuo, nonostante anche qui non manchino morti ammazzati e brutalità.

Il vero fiore all’occhiello della serie sono i dettagli e le location, curati in modo quasi maniacale: lo spettatore si sente davvero catapultato negli anni Settanta. Ottime anche le interpretazioni, con Luca Lubrano (Pietro) e Francesco Pellegrino (Angelo ’a Sirena) su tutti.

Una serie riuscitissima, che fa ben sperare in una seconda stagione – non ancora confermata – ma che potrebbe rivelarsi ancora più potente.

 

 

 

 

 

All Her Fault (2025)

Creatrice: Megan Gallagher

Interpreti: Sarah Snook, Kake Lacy

All Her Fault è una miniserie televisiva disponibile su Sky e Now TV. La trama, almeno all’inizio, appare piuttosto semplice: Marissa e Peter Irvine vengono catapultati nel peggior incubo di ogni genitore quando il loro giovane figlio Milo scompare dopo un incontro di gioco con un compagno di classe della sua nuova scuola.

Da qui, però, come ogni buon thriller che si rispetti, la storia si apre e si ramifica, seguendo più personaggi e più punti di vista. Ne nasce un mosaico inquietante fatto di bugie, omissioni e segreti, immerso in un universo di famiglie benestanti e di persone che, per il lavoro e l’ambizione, finiscono per sacrificare tutto.

Il ritmo resta serrato per gran parte degli episodi, anche se in qualche momento tende a rallentare, soprattutto quando la narrazione si sposta sulle indagini della polizia. Il vero punto di forza della miniserie, infatti, non è tanto l’aspetto procedurale quanto il peso emotivo dei personaggi e le loro fragilità.

Una serie “seria”, permettetemi il gioco di parole, che non si concede ironia e che usa il cinismo del nostro tempo come autentica allegoria sociale.

Ottime le interpretazioni, in particolare quella di Sarah Snook, già vincitrice di due Golden Globe e di un Emmy Award per la sua prova in Succession.

Consigliata.

 

 

 

 

 

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