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The Madison (2026)

Creatori: Taylor Sheridan


 

La serie racconta la storia della famiglia Clyburn, che si trasferisce da New York City alla valle del Madison River, nel Montana centrale, in cerca di serenità dopo una tragedia che ha stravolto le loro vite.

All’inizio doveva essere l’ennesimo spin-off di Yellowstone, poi per fortuna ha preso una strada tutta sua, diventando qualcosa di completamente diverso.

Iniziamo subito col dire che, insieme a From, The Madison è probabilmente la miglior produzione targata Paramount+ degli ultimi anni. È un flusso continuo di emozioni che ruotano attorno al lutto vissuto da una famiglia di ricchi newyorchesi che però, sotto la superficie, assomiglia a qualsiasi altra famiglia: pochi pregi, tanti difetti e ferite difficili da rimarginare.

Ma la vera forza della serie è un’altra: ti mette spalle al muro. Ti costringe, quasi controvoglia, a fare i conti con riflessioni personali che forse avevi smesso di affrontare, soprattutto davanti a una serie TV.

Tecnicamente è quasi impeccabile. La fotografia è meravigliosa e riesce a farti innamorare dei paesaggi e della natura del Montana al punto da ritrovarti a cercare un volo per gli Stati Uniti senza nemmeno accorgertene. Anche il montaggio, volutamente lento e contemplativo, funziona perfettamente: non corre mai, ma ti trascina dentro al racconto un passo alla volta.

Il cast è straordinario. Michelle Pfeiffer offre probabilmente una delle migliori interpretazioni della sua carriera recente, intensa e dolorosa senza mai risultare artificiale. E poi c’è Kurt Russell, che da solo riesce sempre ad aggiungere quel carisma ruvido e irresistibile a qualsiasi progetto.

Peccato soltanto per l’ultima puntata che, paradossalmente, è la peggiore delle sei. Per tutta la stagione viene costruita un’impalcatura fatta di urla, risentimenti, mancanze ed emozioni trattenute, salvo poi sciogliersi in un finale che perde forza proprio sul più bello, senza veri sussulti. Ed è un peccato, perché fino a quel momento la serie sfiora davvero l’eccellenza.

Nel frattempo, nonostante la storia funzioni anche come racconto autoconclusivo, la serie è stata rinnovata per una terza stagione.

Cercavate un motivo per abbonarvi a Paramount+? Eccolo trovato.

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Final Destination - Bloodlines (2025)

Creatori: Zach Lipovsky e Adam Stein


Un gruppo di giovani sopravvive miracolosamente a una tragedia apparentemente inevitabile grazie a una premonizione. Ma la Morte, come sempre, non accetta di essere ingannata: uno dopo l’altro, i sopravvissuti iniziano a morire in modi sempre più inquietanti e imprevedibili. Questa volta, però, il filo conduttore affonda le radici nel passato: una misteriosa connessione familiare lega le vittime a un evento accaduto anni prima, suggerendo che il destino non colpisce a caso… ma segue una linea di sangue precisa.

Con Final Destination: Bloodlines siamo ormai al sesto capitolo della saga, e la pellicola resta fedele ai binari classici della serie: lo spettatore sa già cosa aspettarsi e, in fondo, è proprio quello che vuole. L’attesa non è tanto per la storia quanto per il “come”: morti sempre più elaborate, fantasiose e costruite come piccoli meccanismi a orologeria pronti a scattare.

Se da un lato questa formula continua a funzionare grazie a un’inventiva visiva ancora efficace, dall’altro è inevitabile avvertire una certa ripetitività di fondo. Il tentativo di inserire un legame con il passato e con una linea familiare aggiunge un minimo di variazione, ma non basta a rivoluzionare davvero la struttura narrativa.

Se vi sono piaciuti gli altri capitoli, questo è senza dubbio uno dei più riusciti degli ultimi anni; se invece avete già intuito il gioco e vi ha stancato, difficilmente cambierete idea: la Morte, anche stavolta, segue lo stesso copione.

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La mummia di Lee Cronin

Creatore: Lee Cronin


La giovane figlia di un giornalista scompare misteriosamente nel deserto egiziano. La famiglia, distrutta dal dolore, prova a ricostruire la propria vita, ma otto anni dopo la ragazza riappare improvvisamente. Quello che dovrebbe essere un ricongiungimento felice si trasforma presto in un incubo: la bambina non è più la stessa e sembra portare con sé un’antica e oscura maledizione legata a una mummia e a forze sovrannaturali.

Dimenticatevi i film avventurosi di qualche anno fa: La Mummia di Lee Cronin è un horror a tutti gli effetti.

Il regista firma una pellicola fortemente autoriale che segue il filo rosso già intrapreso con La Casa - Il Risveglio, e nel finale, a tratti, sembra davvero di essere tornati dentro una pellicola della saga di La Casa, pescando a piene mani dall’immaginario folle e dissacrante di Sam Raimi.

La Mummia, per un genitore, è un vero colpo allo stomaco: una figlia scomparsa che riappare in quelle condizioni otto anni dopo è un’immagine difficile da sostenere emotivamente. Spesso è più l’angoscia della paura a dominare la scena, una sensazione che probabilmente colpirà in modo particolare chi si accinge alla visione con una sensibilità genitoriale.

La pellicola, pur seguendo una struttura piuttosto classica — con tanto di inevitabile spiegone del professore universitario che traduce in pochi secondi una misteriosa pergamena in pelle umana — trova nella regia e nel comparto sonoro i suoi veri punti di forza. La telecamera non rimane mai ferma ed entra ed esce continuamente dalle stanze della casa, ricordando soluzioni già viste in Presence. Le inquadrature sono studiate nei minimi dettagli per trasmettere allo spettatore un costante senso di disagio, amplificato da un sonoro fatto di scricchiolii e sospiri raggelanti.

La Mummia è anche un film dichiaratamente splatter: erano anni che l’horror non affrontava questo registro con una tale intensità, e in alcune sequenze lo spettatore potrebbe trovarsi davvero disgustato da ciò che vede sullo schermo.

Insomma, è un film perfetto? No, non lo è. Gli attori, per buona parte della durata, si limitano a sfoggiare espressioni incredule e terrorizzate senza mai prendere decisioni davvero sensate. Va bene la sospensione dell’incredulità — elemento fondamentale nel genere horror — ma qui si raggiungono livelli piuttosto estremi: la polizia sembra non esistere, il sistema sanitario sparisce e accadono eventi terribili che, dopo pochi minuti, vengono archiviati con troppa facilità.

La Mummia resta comunque un buon film horror, capace di regalare emozioni forti e momenti di autentica tensione. Non sarà un capolavoro, ma in un panorama spesso povero di idee, ben vengano film così.

 

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One Piece - Serie Tv

Creatore: Eiichirō Oda


One Piece è una serie televisiva nippo-statunitense del 2023 creata da Matt Owens e Steven Maeda. Distribuita da Netflix, rappresenta l’adattamento live action dell’omonimo manga di Eiichirō Oda, che ha partecipato attivamente al progetto come consulente creativo.

La prima stagione è stata la serie  più vista su Netflix nella seconda metà del 2023. Due settimane dopo l’uscita è arrivato il rinnovo per una seconda stagione e, nell’agosto 2025, la serie è stata addirittura rinnovata per una terza stagione prima ancora della distribuzione della seconda: un segnale evidente della fiducia riposta nel progetto.

Riassumere la trama di One Piece in poche parole è pressoché impossibile, vista la mole sterminata di capitoli del manga e di episodi dell’anime, ancora oggi in corso. La serie live action ripercorre principalmente i primi archi narrativi, raccontando la formazione della ciurma guidata da Monkey D. Rufy, giovane pirata il cui corpo ha acquisito le proprietà della gomma dopo aver ingerito un Frutto del Diavolo. Il suo sogno è diventare il Re dei Pirati e trovare il leggendario tesoro noto come One Piece.

La serie riesce in qualcosa che molti fan ritenevano impensabile: trasportare sullo schermo la carica visiva e narrativa del manga, mantenendo intatta la follia creativa dell’opera originale. I personaggi, pur provenendo da un immaginario fortemente stilizzato, riescono a creare empatia fin da subito. Ciò che emerge con forza è l’affiatamento del cast: lo spettatore percepisce chiaramente che gli attori si stanno divertendo a interpretare quei ruoli, e questo entusiasmo diventa contagioso.

La regia propone soluzioni visive sorprendenti, soprattutto nella prima stagione, con grandangolari molto spinti e movimenti di macchina dinamici che ricordano vere e proprie montagne russe. I combattimenti, pur non essendo numerosissimi, risultano efficaci proprio grazie all’uso di campi larghi e alla scelta di evitare un eccessivo ricorso ai primi piani, valorizzando così la coralità dell’azione.

Anche gli effetti speciali meritano una menzione: il mix tra CGI e scenografie reali è convincente e contribuisce a rendere credibile un universo che, sulla carta, poteva risultare difficile da adattare. Particolarmente riuscita è la scelta di realizzare molti villain attraverso trucco prostetico e interpretazioni fisiche, evitando un abuso di personaggi interamente digitali.

La seconda stagione segue il solco tracciato dalla prima, pur adottando una regia leggermente più tradizionale e meno sperimentale.

One Piece può essere definita una sorta di road movie marittimo: una grande avventura piratesca che attraversa isole sempre diverse tra loro, ognuna con una propria identità narrativa. Le storie oscillano tra momenti buffi e passaggi più drammatici, ma conservano sempre quella follia creativa e quella genialità che hanno reso celebre il manga.

In definitiva, One Piece è una trasposizione sorprendentemente fedele allo spirito dell’opera originale. Una delle migliori produzioni Netflix degli ultimi anni e, senza dubbio, uno degli adattamenti live action più riusciti mai realizzati.

 

 

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La valle dei sorrisi (2025)

Creatore: Paolo Strippoli


Sergio (Michele Riondino), un insegnante tormentato, scopre che la felicità surreale degli abitanti del luogo nasconde un macabro rituale: scaricare i propri traumi abbracciando Matteo, un adolescente capace di assorbire il dolore degli altri.

Paolo Strippoli ci accompagna per mano in un'atmosfera surreale, dove l'impossibile viene accettato come qualcosa di perfettamente normale dagli abitanti del posto. Il racconto oscilla costantemente sul filo del bene e del male, e si comprende fin da subito che la situazione creata non potrà che degenerare.

Ma l'inevitabile tragedia, rispetto a molte produzioni straniere, qui arriva con intelligenza ed equilibrio. Nella pellicola di Strippoli non esistono veri buoni o cattivi: esistono solo le conseguenze delle pulsioni umane.

Persino il protagonista, devastato dalla morte del figlio, finisce per diventare dipendente dai sentimenti stessi, sia quelli più oscuri che quelli apparentemente liberatori.

La valle dei sorrisi è un dramma con venature horror, sostenuto da una regia tagliente che fa ben sperare per il futuro del nostro cinema di genere.

Chi mi segue lo sa: amo il cinema di genere nostrano, quello che si distacca dalle solite commedie corali nazionali. Un cinema coraggioso che, pur senza una forte macchina pubblicitaria alle spalle e senza grandi incassi, riesce comunque a realizzare prodotti di assoluto rispetto, proprio come questo film.

E, nonostante non sia un horror in senso stretto, un paio di scene rimarranno impresse nella memoria… e forse anche nei vostri incubi.

E ora sorridete…

 

 

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The Life of Chuck (2024)

Creatore: Mike Flanagan


The Life of Chuck racconta la vita di Charles “Chuck” Krantz attraverso una struttura narrativa insolita, divisa in tre atti raccontati a ritroso nel tempo.

Il film inizia in un mondo che sembra avviarsi verso la fine, dove misteriosi messaggi di ringraziamento a Chuck compaiono ovunque. Proseguendo, la storia mostra momenti apparentemente ordinari ma significativi della sua vita adulta, fino ad arrivare alla sua infanzia, rivelando poco alla volta chi fosse davvero Chuck e perché la sua esistenza sia così importante.

Il film è tratto da un racconto di Stephen King e diretto da Mike Flanagan, ed è una storia più emotiva e riflessiva che horror, incentrata sul valore della vita e dei ricordi.

Il racconto era presente nella raccolta di Se scorre il sangue e, già all'epoca, ritenni fosse il migliore dell'intero volume. Evidentemente lo ha pensato anche Mike Flanagan, ormai specializzato nelle trasposizioni kinghiane — da Il gioco di Gerald a Doctor Sleep — oltre ad aver realizzato, a mio parere, una delle migliori serie horror di sempre: The Haunting.

Se siete persone romantiche, con una vena malinconica, questo film è per voi.

Vi farà sorridere, commuovere e vi porterà a ripensare al vostro passato, a quando, un giorno qualunque, vi capitava di mettervi a ballare per strada, liberi, senza preoccuparvi degli sguardi altrui o di chi vi giudica.

È una pellicola che, superficialmente, potrebbe sembrare leggera; in realtà è un film profondo, costruito su eventi appena accennati. Si percepisce una fine del mondo in arrivo, collegata alla malattia del protagonista, ma questo è solo un pretesto per parlare a ognuno di noi: dell'importanza della vita, della necessità di godersi la felicità e, infine, di un vero e proprio mantra kinghiano — quando senti la musica giusta, balla e fregatene di tutto — perché il ballo è sinonimo di vita e libertà.

Il film è diviso in tre atti ben distinti, in cui vediamo il protagonista in diverse fasi della sua vita; anche la regia e la fotografia sembrano cambiare ogni volta, seguendo l'evoluzione della storia. La voce fuori campo, pur essendo molto presente, non risulta mai fastidiosa; al contrario, contribuisce a rendere l'atmosfera ancora più poetica.

La scena del ballo, da sola, merita la visione: è ricca, coinvolgente ed emozionante, nonostante sia accompagnata soltanto dal ritmo di una batteria.

È il film che cambierà la storia del cinema? No.
Quando è uscito ha avuto successo? No, per niente.

Ma è una pellicola che fa bene all'anima. E se state attraversando un periodo un po' così, un po' triste e malinconico (come la parte della sposa, cit.), questo film potrebbe essere proprio ciò che vi serve.

 

 

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La sua verità (2026)

Creatore: William Oldroyd


Anna Andrews (Tessa Thompson), giornalista in crisi, torna nella sua città natale in Georgia per indagare sull’omicidio di un’amica d’infanzia. Un caso che la costringe a collaborare — e inevitabilmente scontrarsi — con l’ex marito Jack Harper (Jon Bernthal), detective incaricato delle indagini. Tra vecchi rancori, segreti mai sepolti e sospetti reciproci, il passato riemerge con tutta la sua forza.

Netflix ci ha ormai abituati a lanciare, quasi in sordina, miniserie poco pubblicizzate che finiscono poi per ritagliarsi uno spazio importante tra gli appassionati del genere. La sua verità rientra perfettamente in questa categoria.

Si tratta di un thriller solido e coinvolgente, tra i più riusciti presenti sulla piattaforma: cupo, diretto, a tratti persino spigoloso, ma sempre efficace. Il vero punto di forza sta nei personaggi, tutt’altro che lineari, costruiti su ambiguità e zone d’ombra che emergono progressivamente nel corso delle sei puntate.

I continui colpi di scena — mai gratuiti — e una regia essenziale, ma funzionale, accompagnano lo spettatore in un racconto che non cerca di reinventare il genere, ma lo interpreta con sicurezza e personalità.

Un’ottima scelta per chi ha voglia di un thriller teso e avvolgente, di quelli che confermano come, quando si tratta di questo tipo di storie, gli americani sappiano ancora colpire nel segno.

 

 

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A Knight of the seven kingdoms (2026)

Creatore: George R. Martin


Circa novant’anni prima degli eventi de Game of Thrones, il giovane cavaliere errante Ser Duncan l’Alto (Dunk) e il suo scudiero Egg — apparentemente un ragazzo qualunque — affrontano tornei, intrighi e sfide per dimostrare coraggio e lealtà. Tra alleanze inaspettate, tradimenti e rivelazioni sul destino reale di Egg (Aegon Targaryen), i due imparano cosa significhi essere davvero cavalieri in un mondo crudele e spietato.

Tratta da una novella di George R. R. Martin e ambientata novant’anni prima dei fatti de Game of Thrones, questa “piccola” serie si incastra perfettamente nel mondo creato dall’autore, ma lo fa in modo intelligente, prendendo le distanze — finalmente — da quell’impalcatura piena di personaggi, famiglie e luoghi che funzionava benissimo ne Il Trono di Spade, ma che in House of the Dragon finiva per risultare spesso confusa e poco accattivante.

A Knight of the Seven Kingdoms invece semplifica tutto: la puoi seguire anche senza conoscere le altre serie e, proprio grazie a questo approccio più essenziale, i personaggi riescono ad arricchirsi e a mostrarsi in tutte le loro sfaccettature. Anche la trama è costruita con intelligenza, accompagnando lo spettatore verso un finale a cui si arriva pienamente consapevoli di ogni sviluppo.

Il minutaggio ridotto — circa trenta minuti a episodio — invoglia a proseguire senza sosta, rendendo la visione scorrevole e quasi “dipendente”.

Capitolo attori — e questa è una cosa di cui si parla sempre troppo poco nelle serie —: come sempre, bravissimi. Ottima anche la fotografia, a tratti granulosa, capace di restituire un’atmosfera medievale credibile e immersiva.

HBO sbarca in Italia con la sua nuova piattaforma e ci regala subito una delle migliori serie del 2026, in attesa della già annunciata seconda stagione.

 

 

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Until Dawn (2025)

Creatore: David F. Sandberg


Un anno dopo la misteriosa sparizione di sua sorella Melanie, Clover e i suoi amici si recano nella remota valle in cui la ragazza è scomparsa, in cerca di risposte. Esplorando un centro visitatori abbandonato, il gruppo viene inseguito da un assassino mascherato che li uccide uno dopo l’altro. Ma c’è un problema: ogni volta che muoiono si risvegliano all’inizio della stessa notte, intrappolati in un loop da cui sembra impossibile uscire.

Con David F. Sandberg alla regia, già autore dei riusciti Lights Out e Annabelle: Creation, il film prova a riportare il regista nel territorio horror adattando il celebre videogioco Until Dawn, uscito su PlayStation 4 e diventato negli anni un piccolo cult tra gli appassionati del genere (soprattutto per la sua esperienza in realtà virtuale).

La pellicola, però, si discosta parecchio dal materiale originale. Un cambiamento che di per sé non sarebbe un problema, se non fosse che proprio nella trama – che in un film dovrebbe rappresentare il punto di forza rispetto a un videogioco – finiscono per emergere le maggiori debolezze.

Il cast è appena sufficiente e i personaggi, volutamente stereotipati, non riescono mai davvero a creare empatia con lo spettatore. Anzi, a un certo punto si arriva quasi a sperare che spariscano dalla scena il prima possibile.

Si arriva così all’atteso finale – atteso più nel senso che si spera che il film finisca presto – in modo piuttosto confuso. E alla fine resta in testa quella domanda che un buon horror dovrebbe evitare di farti venire: se era così facile uccidere il mostro e liberarsi, perché non lo hanno fatto prima?

Il consiglio è semplice: recuperate il videogioco Until Dawn, che resta un’esperienza horror decisamente più riuscita. Questo film, invece, potete tranquillamente saltarlo.

 

 

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Jumpers (2026)

Creatore: Daniel Chong


La protagonista Mabel, una giovane amante della natura, utilizza una tecnologia rivoluzionaria per trasferire la propria mente in animali robotici, esplorando il mondo naturale e vivendo un’avventura dal forte sapore ecologico.

Torna la Pixar con una nuova pellicola che già dalla sinossi lascia intuire chiaramente dove vuole andare a parare: vivere in armonia con la natura potrebbe essere l’unica via di fuga da un’epoca fatta di soprusi, incarnati dal personaggio del sindaco, e di cieca fame di potere, rappresentata dalla farfalla.

Uno degli aspetti più interessanti del film è l’assenza di una divisione netta tra buoni e cattivi. Persino la protagonista, nonostante le sue nobili intenzioni, commette errori che rischiano di provocare conseguenze irreparabili. Un’idea interessante sulla carta, che però non sempre trova una piena realizzazione sullo schermo.

Il problema è che, nel tentativo di ribadire il messaggio a tutti i costi, la struttura del film finisce per scricchiolare. Il ritmo è zoppicante e i personaggi sembrano uscire da uno stampo ormai troppo riconoscibile: gli anziani sono immancabilmente saggi e un po’ svitati, i ricchi sempre arroganti e viziati, mentre i protagonisti restano i soliti solitari presi di mira da tutti.

Serve un cambio di marcia. In Jumpers, così come nel precedente Elio, si ha spesso la sensazione di assistere a un film che procede con il pilota automatico. La creatività e la freschezza che per anni hanno reso Pixar uno studio capace di sorprendere sembrano, almeno per ora, un po’ appannate.

In attesa di Toy Story 5, con il timore che possa trasformarsi nell’ennesima critica alla tecnologia, resta la speranza di ritrovare presto la Pixar dei tempi migliori: quella capace di regalarci opere come Coco, Inside Out e Wall-E.

 

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The Walking Dead: The ones who live (2024)

Creatore: Scott M. Gimple

Interpreti: Andrew Lincoln e Danai Gurira

The Walking Dead: The Ones Who Live è una miniserie, sesto spin-off del franchise The Walking Dead, nonché terzo sequel ufficiale, che riporta in scena Andrew Lincoln e Danai Gurira nei ruoli iconici di Rick Grimes e Michonne.

La storia ruota attorno al loro ricongiungimento, anni dopo la presunta morte di Rick. Separati dalla potente CRM (Civica Repubblica Militare), i due cercano di ritrovarsi in un mondo profondamente cambiato, affrontando minacce che non arrivano solo dai morti, ma soprattutto dai vivi.

La miniserie parte bene. Anzi, molto bene. Riesce a restituire allo spettatore quell’alchimia tra i personaggi che nelle ultime, stancanti stagioni della serie madre si era progressivamente dissolta. Rivedere Rick e Michonne insieme funziona, e funziona perché Lincoln e Gurira hanno ancora una chimica potente, con Gurira che spesso riesce persino a rubare la scena.

Peccato che, già dalle prime puntate, emergano alcune crepe difficili da ignorare. Le motivazioni dei protagonisti risultano spesso fragili: lasciare due figli in un mondo infestato dagli zombie per inseguire un ricongiungimento romantico? Oppure temere di scappare dalla Repubblica Militare perché “verrebbero a cercarti e sterminerebbero la tua famiglia”… come? dove? perché? Sono interrogativi che la serie solleva, ma non si prende mai davvero la briga di affrontare.

Tolte queste incongruenze — ormai quasi un marchio di fabbrica del franchise — le prime puntate scorrono via con un buon ritmo. Il problema arriva dopo. Proprio come accadeva nella serie madre, il soggetto iniziale si sgonfia e lascia spazio a una parte centrale che dovrebbe alzare la posta in gioco… ma finisce per diventare un enorme punto interrogativo.

Finalmente si può scappare? No. Perché? Perché vogliamo distruggere il CRM. Da soli. Senza un piano credibile. E i figli lasciati a casa? Dettagli.

Il finale poi riesce nell’impresa di superarsi. In dieci minuti, con una soluzione che definire “alla Bugs Bunny” è quasi un complimento, i protagonisti annientano un esercito, eliminano il villain di turno (caratterizzato più dai capelli improbabili che da una reale profondità), sfuggono a orde di zombie, trovano il tempo di baciarsi, liberano la Repubblica… ma chi te l’ha chiesto?

E soprattutto: era davvero questo il punto?

Il rientro a casa, dai due figli praticamente dimenticati per tutta la stagione, dovrebbe essere il momento emotivamente devastante. Invece lascia un senso di vuoto, come se la serie fosse più interessata a chiudere il cerchio in fretta che a dare peso alle conseguenze.

Ed è un peccato. Perché The Walking Dead, fino alla sesta stagione, era stata una ventata d’aria fresca nel panorama televisivo, per me quasi al livello di Lost per impatto culturale e capacità di creare attesa. Poi è subentrata la paura di chiudere. E quando una storia continua per inerzia, spesso finisce per svuotarsi.

Ah, quasi dimenticavo: sì, ci sarebbero anche gli zombie. Ma sembrano comparse nel loro stesso mondo.

 

 

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Il mostro (2025) Miniserie

Creatore: Stefano Sollima

Interpreti: Marco Bullitta, Valentino Mannias

La miniserie racconta le indagini sugli omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 per mano del serial killer noto come Mostro di Firenze.

La narrazione si concentra in particolare su uno dei tre filoni investigativi che hanno caratterizzato il caso: la celebre pista sarda. Veniamo introdotti a una galleria di personaggi cupi, violenti, deviati, figure opache in cui l’umanità sembra spesso assente o soffocata.

Il Mostro è una miniserie che non concede tregua al sorriso. Le sue quattro ore sono attraversate da un’atmosfera malsana, claustrofobica, profondamente disturbante. Non tanto per ciò che mostra — il “mostro” non appare mai davvero — quanto per ciò che accade ai personaggi, per il senso costante di degrado morale e ambiguità che li avvolge.

La sensazione, durante la visione, è quella di sfogliare un fascicolo processuale: tutto è freddo, asciutto, quasi anaffettivo. Le emozioni restano in superficie, raramente esplodono, e questa scelta rende il racconto ancora più straniante.

Il finale rimanda alla seconda pista investigativa, lasciando chiaramente aperta la porta a una possibile prosecuzione.

A distanza di ore dalla visione faccio ancora fatica a capire se mi sia piaciuta davvero oppure no. Di certo è un’opera che impressiona. E proprio per questo sarà difficile dimenticarla.

 

 

 

 

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Fallout - Serie tv (2024-2025)

Creatore: Geneva Robertson-Dworet

Interpreti: Ella Purnell, Walton Goggins

La serie Fallout è ambientata 200 anni dopo una devastante guerra nucleare che ha trasformato gli Stati Uniti in una landa radioattiva. Quando Lucy, giovane abitante del Vault 33 cresciuta in un mondo protetto e idealizzato, è costretta a uscire in superficie per salvare suo padre, si ritrova catapultata in un Wasteland brutale e dominato da fazioni in lotta. Nel suo viaggio incrocia un enigmatico Ghoul sopravvissuto all’apocalisse e un aspirante cavaliere della Confraternita d’Acciaio. Tra violenza, ironia nera e atmosfere rétro-futuristiche, la serie esplora il lato oscuro del sogno americano e i segreti dietro la nascita dei Vault.

Fallout è una serie che gioca costantemente a spiazzare lo spettatore, alternando intuizioni brillanti a scelte meno convincenti. Si muove sul filo dell’ironia, ma sotto la patina rétro e il sarcasmo affonda il colpo su temi pesanti: guerra, violenza, avidità, il lato più tossico del sogno americano. Il mondo post-apocalittico non è solo scenografia, è uno specchio deformante ma lucidissimo della nostra realtà.

La narrazione è ambiziosa e piena di diramazioni, forse anche troppe: alcune piste intrigano, altre sembrano aperte più per creare mistero che per reale necessità narrativa. Nonostante questo, la serie mantiene ritmo e personalità. Il cast funziona, gli effetti speciali sono solidi e l’estetica è curata nei minimi dettagli, ma ciò che colpisce davvero è l’atmosfera: sporca, crudele, cinica al punto giusto.

Non è perfetta, ma ha carattere. E in un panorama seriale sempre più standardizzato, non è poco.
In attesa della terza stagione, la visione è consigliata. Per chi ha amato il videogioco da cui nasce, invece, è quasi obbligatoria.

 

 

 

 

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I Peccatori (2025)

Creatore: Ryan Coogler

Interpreti: Michael B. Jordan,

È il film con più candidature di sempre al premio Oscar, ben 16, ed è considerato da molti uno dei migliori dell’anno. Mi sono avvicinato alla visione con aspettative altissime: un horror candidato agli Oscar? Davvero? Per me, appassionato del genere, era come trovarmi davanti al Sacro Graal.

Ambientato nel Sud degli Stati Uniti degli anni ’30, I Peccatori segue il ritorno di due fratelli gemelli nella loro città natale dopo un passato segnato da violenza e scelte sbagliate. Decisi a ricominciare, aprono un locale musicale per offrire alla comunità un luogo di riscatto e speranza.

Ma il tentativo di redenzione si scontra presto con vecchi rancori, tensioni razziali e un’oscura presenza che si annida tra le ombre della notte.

Ciò che emerge con forza dalla pellicola è l’amore per il cinema che trasuda da ogni inquadratura. Ryan Coogler costruisce una regia solida e appassionata, capace di cogliere ogni attimo nel modo più efficace, sostenuta da una fotografia a tratti sublime. I Peccatori è un film che si può leggere su più piani.

Il primo, e forse il più riuscito, è quello strettamente statunitense: il sottotesto sociale è evidente. I vampiri — bianchi — diventano metafora di un potere che infetta, assimila e tenta di rendere uniforme la comunità afroamericana, mantenendo intatta la gerarchia in cui a comandare è sempre l’uomo bianco.

C’è poi il piano tecnico: musiche potenti, regia sicura, attori magnetici che trasudano sensualità e carisma rendono il film vivo, pulsante.

Infine, il piano più dolente: la trama. Quando compare il primo vampiro, è facile intuire dove andrà a parare la storia. I binari ricordano quelli di Dal tramonto all'alba, ma se lì l’effetto sorpresa era determinante, qui quella componente manca. Il risultato è un horror che, pur affascinante sul piano estetico e simbolico, finisce per non spaventare davvero.

Rimane una buona pellicola, probabilmente più significativa per il pubblico statunitense e per il suo contesto storico-sociale. Forse è anche per questo che in patria ha raccolto un consenso così ampio.

 

 

 

 

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Una battaglia dopo l'altra (2025)

Creatore: Paul Thomas Anderson

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Benicio Del Toro, Sean Penn

Il protagonista Bob Ferguson, ex rivoluzionario ormai ritiratosi in una vita isolata insieme alla figlia, è costretto a tornare in azione quando un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, riappare dopo sedici anni e la ragazza scompare. Per salvarla, Bob si riunisce ai suoi ex compagni e si ritrova a fare i conti con il proprio passato e con le conseguenze della sua lotta, in una corsa intensa tra conflitto, ideali e protezione familiare.

Leonardo DiCaprio è in stato di grazia: potrebbe interpretare persino Gargamella e riuscire comunque a dargli spessore. Al suo fianco, il sempre sornione Benicio Del Toro è perfetto per la parte che ricopre. La pellicola di Paul Thomas Anderson, pur non essendo tra le sue migliori, si configura come una satira convinta contro ogni forma di estremismo politico: da un lato i rivoluzionari, dipinti come ottusi e ciechi nella loro battaglia, dall’altro i militari, rappresentati come psicopatici privi di emozioni sane.

Nonostante questi elementi positivi, Una battaglia dopo l’altra non mi ha lasciato l’effetto “wow” e non mi ha fatto affezionare ai personaggi. Anzi, la maggior parte li ho detestati: una scelta voluta?

Sean Penn, in particolare, esagera nella sua interpretazione, portando il personaggio all’estremo con tic e movenze fin troppo marcati. Lo spettatore finisce per pensare: ok, si vede da un miglio che è pazzo… com’è possibile che gli venga affidata addirittura un’operazione militare che dovrebbe essere delicata?

Resta comunque un’ottima pellicola, sorretta da un super DiCaprio, ma Anderson ci ha abituati ad altro.

 

 

 

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Gomorra - Le Origini (2026)

Creatore: Marco D'Amore

Interpreti: Luca Lubrano, Francesco Pellegrino

Gomorra – Le Origini si distacca dalla serie principale e ci riporta nel 1977, in una Napoli durissima, dove un bambino su sette muore e gli echi del colera sono ancora recenti.

In questo contesto quasi pasoliniano, fatto di miseria e sopravvivenza, il giovane Pietro si ingegna come può per inseguire un benessere che sembra irraggiungibile. Quando incontra Angelo ’a Sirena, il ragazzo entra nel mondo della criminalità, scoprendo a proprie spese il prezzo di quella scelta: violenza, alleanze fragili e inevitabili tradimenti.

Le atmosfere restano quelle tipiche di Gomorra, con personaggi potenti e ricchi di sfaccettature. Ma, complice l’epoca diversa, tutto appare più semplice, meno stratificato rispetto alla serie madre e forse persino più ingenuo, nonostante anche qui non manchino morti ammazzati e brutalità.

Il vero fiore all’occhiello della serie sono i dettagli e le location, curati in modo quasi maniacale: lo spettatore si sente davvero catapultato negli anni Settanta. Ottime anche le interpretazioni, con Luca Lubrano (Pietro) e Francesco Pellegrino (Angelo ’a Sirena) su tutti.

Una serie riuscitissima, che fa ben sperare in una seconda stagione – non ancora confermata – ma che potrebbe rivelarsi ancora più potente.

 

 

 

 

 

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All Her Fault (2025)

Creatrice: Megan Gallagher

Interpreti: Sarah Snook, Kake Lacy

All Her Fault è una miniserie televisiva disponibile su Sky e Now TV. La trama, almeno all’inizio, appare piuttosto semplice: Marissa e Peter Irvine vengono catapultati nel peggior incubo di ogni genitore quando il loro giovane figlio Milo scompare dopo un incontro di gioco con un compagno di classe della sua nuova scuola.

Da qui, però, come ogni buon thriller che si rispetti, la storia si apre e si ramifica, seguendo più personaggi e più punti di vista. Ne nasce un mosaico inquietante fatto di bugie, omissioni e segreti, immerso in un universo di famiglie benestanti e di persone che, per il lavoro e l’ambizione, finiscono per sacrificare tutto.

Il ritmo resta serrato per gran parte degli episodi, anche se in qualche momento tende a rallentare, soprattutto quando la narrazione si sposta sulle indagini della polizia. Il vero punto di forza della miniserie, infatti, non è tanto l’aspetto procedurale quanto il peso emotivo dei personaggi e le loro fragilità.

Una serie “seria”, permettetemi il gioco di parole, che non si concede ironia e che usa il cinismo del nostro tempo come autentica allegoria sociale.

Ottime le interpretazioni, in particolare quella di Sarah Snook, già vincitrice di due Golden Globe e di un Emmy Award per la sua prova in Succession.

Consigliata.

 

 

 

 

 

Megan 2.0 (2025)

Creatore: Gerard Johnstone

Interpreti:Allison Williams, Violet McGrawI

Iniziamo con le cose positive: il regista ha avuto il coraggio di distaccarsi dal primo film. Megan 2.0 non è più una pellicola horror, in realtà nemmeno il capitolo originale lo era davvero, ma scivola apertamente verso la fantascienza, con l’intelligenza artificiale a fare da filo conduttore.
Funzionano anche i costumi di scena, e il robot umanoide protagonista resta affascinante nel suo essere allo stesso tempo bellissima e letale.

I problemi, però, sono due e pesano parecchio. Il primo è il ritmo, estremamente discontinuo: si passa da scene d’azione velocissime a dialoghi lentissimi, spesso anche noiosi, perché fin da subito è chiaro dove la storia vuole andare a parare.
Il secondo è la durata: davvero eccessiva. Le due ore di film risultano francamente insostenibili per un prodotto di questo tipo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dexter Resurrection (2025)

Creatore: Clyde Phillips

Interpreti:Michael C. Hall, Uma Thurman, Peter Dinklage

È chiaro che siamo lontani dai fasti di un tempo — e dopo tutti questi anni sarebbe strano il contrario. Tuttavia, questa stagione di Dexter riesce comunque a funzionare, pur tra evidenti salti di sceneggiatura e continue richieste allo spettatore di sospendere l’incredulità. Del resto, arriviamo da una stagione in cui sembrava possibile di tutto: poliziotti che non si accorgono di nulla, corpi che spariscono in cinque minuti, sale operatorie aperte come supermercati e prive di qualsiasi traccia… e potrei continuare all’infinito.

Eppure, nonostante tutto, Dexter Morgan continua a essere un personaggio che regge. Michael C. Hall non lo interpreta più: lo incarna. Così, ogni volta ci ritroviamo a pensare: “Okay, cos’altro potranno inventarsi?”. E poi finiamo sempre col guardarla lo stesso, perché ritrovare Dexter è come rivedere un vecchio amico — certo, un amico serial killer, ma proprio questo è il paradosso affascinante della serie.

Un solo consiglio per il futuro: riportate l’ambientazione a Miami. È lì che Dexter appartiene davvero.

 

 

 

 

 

 

Dune - Parte 2 (2024)

RegiaDenis Villeneuve

InterpretiTimothée Chalamet, Zendaya.

Non è il mio genere e per questo metto un voto in meno. Ma, indubbiamente è una pellicola sontuosa e girata maestralmente, insieme a Nolan, Villenueve è il regista dei nostri tempi e queste pellicole saranno ricordate nella storia del cinema.
I punti dolenti, a mio modesto parere, sono la trama e i dialoghi a volte davvero prolissi per questo tipo di pellicola. E ovviamente, tutto questo porta allo sfiorare le tre ore di durata. Ammetto che a tratti ho avuto difficoltà a non addormentarmi, ma come detto sopra, sarà perché non è il mio genere preferito.

 

 

 

 

 

 

 

 

Black Mirror - Stagione 7

Dopo una sesta stagione che qua e là aveva sistemato qualcosina, soprattutto dopo una quinta stagione imbarazzante, Black Mirror risorge dalle sue ceneri con la settima stagione. Ovviamente non tutte le puntate sono da ricordare, ma abbiamo dei piccoli capolavori che rimarranno tra i migliori episodi della serie.


GENTE COMUNE

Si parte subito con il botto, con un episodio che è un pugno allo stomaco: nasce quasi come una commedia romantica, ma si trasforma ben presto in un incubo senza uscita. I personaggi si ritrovano intrappolati in un loop tecnologico, e lo spettatore è costretto a confrontarsi con la propria dipendenza dalla tecnologia, ormai senza alcuna via di fuga.
Voto: 5/5


BESTIA NERA

Forse l’episodio più crazy dell’intera stagione, con un finale davvero assurdo. Qui il cyberbullismo e la vendetta vengono esasperati fino ai limiti dello stalking. Si tenta di giustificare tutto con la matematica, forse per allontanarsi dalla piega fantasy che la serie stava prendendo.
Voto: 4/5


HOTEL REVIERE

Hotel Reviere è un piccolo gioiello, girato in gran parte in bianco e nero. È un metacinema inverso — non saprei come descriverlo meglio, e non voglio spoilerare. Un episodio pieno di angoscia, soprattutto per uno dei personaggi costretto a vivere per sempre in una realtà cinematografica, ma allo stesso tempo colmo di amore e di speranza.
Voto: 4/5


COME UN GIOCATTOLO

Forse è l’episodio meno riuscito, anche perché il soggetto è semplice e poco sviluppato. Lo si guarda già presagendo il finale — e non si viene smentiti.
Voto: 2/5


EULOGY

È l’episodio meno Black Mirror della serie. La tecnologia è sì presente, ma quasi lasciata sullo sfondo. Qui i protagonisti sono le persone, soprattutto il protagonista — un fantastico Paul Giamatti. Un episodio che vive di rimpianti, di ciò che non è stato.
Voto: 3/5


USS CALLISTER INFINITY

Per la prima volta nella serie assistiamo al seguito di un’altra puntata: quell’USS Callister, capolavoro della quarta stagione, che ci aveva fatto ben sperare per il futuro della serie dopo il passaggio a Netflix. Purtroppo, speranza disattesa.

Lo so, molti mi odieranno, ma ho trovato questo episodio noioso all’inverosimile. Le idee ci sono, ma sembrano messe lì da uno sceneggiatore mediocre che ha appena finito di rivedere l’episodio originale e si chiede: “E mo’ che mi invento?”.
La durata di un’ora e mezza non aiuta: si poteva chiudere la stagione decisamente meglio.
Voto: 1/5

 

 

 

 

 

 

 

500 Giorni insieme

Commedia carina con ottime musiche e una buona regia. Gli attori invece sono tutti sottotono e la protagonista è davvero odiosa. Ma quando smetteranno di farla recitare...mi ha rovinato pure guida galattica con quegli occhi sempre sgranati! Voto 2/5

... e fuori nevica

Sotto le aspettative, ma comunque rimane un'opera divertente. Dovreste solo togliere gli ultimi dieci minuti, che sembrano presi da un qualsiasi cine panettone. Voto 2/5

... ora parliamo di Kevin

Una pellicola che ha come base una tematica poco trattata dal cinema, la violenza fine a se stessa: Un uomo (un ragazzo in questo caso) può assimilare la pura malvagità senza alcun fattore esterno? Senza nemmeno una miccia scatenante?
Per palati fini. Voto 3/5

007 Skyfall 

Una delle migliori pellicole del 2012, si vede che dietro la mdp c'è un grande regista.
Bravi gli attori (Bardem su tutti...l'avrei visto bene nei Batman di Nolan) e ottimo tutto il pacchetto tecnico, musica, fotografia (stupenda la scena finale) e sceneggiatura.
Difetti? Il film dura tanto e i personaggi nonostante ciò non sono ben caratterizzati, soprattutto il personaggio di Bardem.
Un plauso infine alla canzone di Adele, bellissima.

Voto 3/5

007 Spectre

Tolta la scena iniziale davvero eccezionale, per il resto rimane il più classico dei 007. Qui non c'è alcuna rivoluzione e il personaggio di D. Craig che nei primi film sembrava volesse rompere con la tradizione qui rientra nei ranghi del più classico personaggio spia che lotta contro tutti e contro tutto.

Voto 2/5